Quando il ritratto diventa responsabilità: Yuliya Faccin e le Guardiane della Vita 4.5.0.

Che cosa può fare l’arte di fronte a una guerra che non appartiene al passato, ma continua ad accadere nel presente?

Non può sostituirsi al soccorso medico, né interrompere direttamente la violenza. Può però impedire che una persona venga ridotta a un numero, che una storia individuale scompaia dietro l’astrazione delle notizie e che lo spettatore si abitui a osservare la sofferenza da una distanza priva di conseguenze.

È da questa consapevolezza che nasce Guardiane della Vita 4.5.0., progetto fotografico, documentario e umanitario ideato e curato da Yuliya Faccin in collaborazione con l’organizzazione medica volontaria ucraina Hospitallers.

Il progetto racconta le donne che operano come paramediche, medici di evacuazione, istruttrici di medicina tattica e volontarie nelle zone prossime al fronte. Faccin non le presenta come figure anonime di una guerra lontana, ma restituisce loro un nome, una voce, una professione precedente, un volto civile e la possibilità di descrivere personalmente le ragioni delle proprie scelte.

Un percorso tra arte, memoria e identità

Yuliya Faccin è una storica dell’arte, artista e curatrice ucraina nata a Kharkiv. Si è formata presso l’Accademia Nazionale di Belle Arti e Architettura di Kyiv, dove ha conseguito con lode la laurea in Storia e Teoria dell’Arte, approfondendo in particolare l’avanguardia e il teatro ucraino dei primi decenni del Novecento.

La sua formazione comprende anche lo studio della danza classica, iniziato durante l’infanzia presso la Scuola Coreografica di Kharkiv, e un successivo percorso dedicato alla pittura buddhista tradizionale thangka presso la Tsering Art School del monastero di Shechen, a Kathmandu.

Questi ambiti apparentemente distanti — storia dell’arte, teatro, movimento, iconografia e disciplina contemplativa — confluiscono in una concezione dell’arte fondata sulla continuità tra immagine, memoria e responsabilità culturale.

Fin dai primi anni Duemila Faccin ha lavorato nell’organizzazione di mostre, nella gestione culturale e nella ricerca storico-artistica. Ha curato progetti espositivi, pubblicato contributi dedicati all’arte, alla cultura e al balletto ed è entrata a far parte dell’organizzazione professionale nazionale degli artisti ucraini.

Dal 2022 vive a Livorno, dove ha intensificato la propria attività di mediazione culturale tra Ucraina e Italia. Attraverso il progetto bilingue Arte & Aristocrazia, sviluppa contenuti dedicati alla storia dell’arte e alla cultura europea, mentre nella propria ricerca pittorica mette in relazione i simboli ancestrali della cultura ucraina di Trypillia, la filosofia orientale e il paesaggio mediterraneo.

Il filo conduttore del suo lavoro non risiede quindi in una tecnica unica, ma in una domanda costante: in che modo l’arte può custodire la memoria, mantenere viva un’identità culturale e trasformare la conoscenza in responsabilità civile?

Il significato di 4.5.0.

Il titolo Guardiane della Vita 4.5.0. contiene già il nucleo concettuale del progetto. “4.5.0.” è un codice utilizzato in ambito militare ucraino per comunicare un messaggio essenziale: “Tutto bene. Tutti vivi.”

In una condizione nella quale ogni comunicazione può riguardare la sopravvivenza o la perdita di una persona, queste tre cifre assumono un peso che supera la loro apparente neutralità. Indicano il momento in cui un’operazione si è conclusa senza vite perdute, ma anche la precarietà di un equilibrio che deve essere continuamente riconquistato.

Il progetto di Faccin amplia quel messaggio minimo. Dietro il codice colloca nomi, volti, ricordi, scelte e contraddizioni. “Tutti vivi” non rimane una formula astratta: diventa la somma di singole esistenze che qualcuno ha deciso di proteggere.

Gli Hospitallers operano nelle evacuazioni mediche e nel soccorso d’emergenza nelle zone di combattimento. Molte delle protagoniste hanno lasciato professioni, famiglie e vite civili per acquisire competenze mediche e intervenire là dove la distanza tra vita e morte può essere misurata in pochi minuti.

Faccin non trasforma questa scelta in un racconto celebrativo privo di complessità. Il coraggio, nelle testimonianze raccolte, convive con la paura, l’esaurimento, il dubbio e il peso della responsabilità. La decisione di agire non nasce dall’assenza di fragilità, ma dalla consapevolezza che la paura non può diventare una ragione per abbandonare gli altri.

Un’autorialità costruita attraverso le relazioni

Guardiane della Vita 4.5.0. è un progetto corale. Le immagini sono realizzate da diversi fotografi, i cui crediti vengono conservati nei singoli pannelli. L’autorialità di Yuliya Faccin si esprime nella concezione complessiva, nella ricerca, nella selezione delle storie, nelle interviste, nell’organizzazione dei materiali e nella loro trasformazione in un percorso espositivo.

Questa distinzione è importante. Faccin non si appropria delle fotografie o delle testimonianze, ma costruisce le condizioni affinché immagini, parole e persone possano entrare in relazione. Il lavoro curatoriale diventa così parte integrante dell’opera.

Ogni pannello accosta un ritratto realizzato nel contesto operativo a un’immagine appartenente alla vita civile. Al nome completo si affianca il nome di battaglia; alla professione precedente, il ruolo assunto nel presente; alla fotografia, una breve intervista nella quale la protagonista racconta la propria motivazione, il cambiamento prodotto dall’esperienza e il significato personale attribuito all’Ucraina.

Non si tratta semplicemente di confrontare un “prima” e un “dopo”. Le due identità continuano a coesistere. La paramedica non cancella la donna che esisteva prima della guerra, così come l’immagine civile non può più essere separata dalle responsabilità che la persona ha scelto di assumere.

Anastasiia Driomova: scegliere la responsabilità

Una delle protagoniste è Anastasiia Driomova, nome di battaglia Garpiya, “Arpia” in italiano.

Prima dell’invasione su vasta scala, lavorava come content manager presso un laboratorio di costumi storici. Nel progetto viene presentata anche nella sua attività di paramedica volontaria degli Hospitallers.

Nell’immagine operativa, Garpiya appare di notte, dietro una superficie metallica che occupa gran parte del primo piano. Alle sue spalle, graffiti, riflessi e un grande occhio dipinto producono una stratificazione visiva nella quale il confine tra osservare ed essere osservati diventa instabile. Il suo sguardo è rivolto fuori campo: non cerca la macchina fotografica e non costruisce una posa eroica.

La superficie che la separa dallo spettatore ricorda un limite materiale, ma anche la distanza che inevitabilmente esiste tra chi vive la guerra e chi ne osserva le immagini. Garpiya non viene mostrata nel momento spettacolare dell’azione. È colta in uno spazio intermedio, nel quale concentrazione, attesa e vulnerabilità restano contemporaneamente presenti.

La sua storia descrive la trasformazione di una persona civile che ha scelto di assumersi una responsabilità. Non afferma di non avere paura. Sostiene invece che la paura non possa giustificare l’assenza quando qualcuno ha bisogno di aiuto.

Nella sua testimonianza, l’Ucraina coincide soprattutto con le persone che la abitano. La nazione non viene ridotta a un territorio o a un simbolo astratto: esiste nella rete di legami per la quale qualcuno decide di restare, intervenire e proteggere.

Olesya Yevtushenko: la cura dentro l’uniforme

Un’altra protagonista è Olesya Yevtushenko, nome di battaglia Vassyliok, “Fiore di fiordaliso” in italiano.

Nella vita civile lavora come ingegnere senior nel settore delle telecomunicazioni. Nell’esperienza con gli Hospitallers svolge attività legate alla medicina e alla formazione, imparando a mantenere lucidità e pensiero critico nelle situazioni di emergenza.

Il suo pannello stabilisce una relazione visiva particolarmente intensa tra due immagini. Nel ritratto operativo, Olesya indossa uniforme, casco e protezioni. Davanti al corpo tiene un gatto rosso, collocato quasi al centro della composizione. Gli occhi dell’animale guardano direttamente verso l’obiettivo, mentre quelli della donna emergono sopra il volto parzialmente coperto.

Il risultato è un doppio sguardo. L’equipaggiamento militare protegge e nasconde il corpo umano; la presenza dell’animale introduce invece una forma immediata di fragilità e prossimità. Nel piccolo ritratto civile che accompagna il pannello, Olesya compare nuovamente insieme a un gatto.

La continuità tra le due immagini è decisiva. La cura non appare come una qualità cancellata dalla guerra, ma come qualcosa che attraversa entrambi i contesti. L’uniforme non elimina la tenerezza e la disciplina operativa non richiede l’annullamento dell’empatia. Al contrario, la capacità di proteggere una vita diventa il punto di contatto tra la persona civile e la volontaria.

Il gatto non svolge semplicemente una funzione emotiva o aneddotica. Diventa la misura concreta di ciò che è vulnerabile e deve essere custodito. La guerra può trasformare le condizioni dell’esistenza, ma non deve necessariamente spegnere la capacità di riconoscere la vita negli altri.

Oltre la rappresentazione eroica

Uno degli aspetti più rilevanti del progetto è il rifiuto di ridurre le protagoniste a due categorie opposte: vittime passive oppure eroine senza paura.

Entrambe le immagini sarebbero incomplete. Definire queste donne soltanto attraverso la sofferenza significherebbe negarne la capacità di scelta; trasformarle esclusivamente in figure eroiche rischierebbe invece di cancellarne la fatica, le relazioni e la complessità individuale.

Faccin mantiene aperta questa tensione. I nomi di battaglia costruiscono una nuova identità operativa, mentre i nomi anagrafici e le fotografie civili impediscono che la persona scompaia dietro il ruolo. L’uniforme segnala una funzione, ma le interviste restituiscono pensieri, paure e motivazioni che non possono essere contenuti in un’unica immagine.

Anche la presenza del testo assume una funzione etica. Le protagoniste non rimangono mute davanti allo spettatore e non vengono spiegate soltanto dalla curatrice. Possono raccontare con parole proprie che cosa le ha condotte a unirsi agli Hospitallers e come questa esperienza abbia modificato il loro rapporto con la vita.

Il ritratto non pretende quindi di possedere interamente il soggetto. Riconosce che una fotografia, da sola, non può esaurire una persona.

Dall’emozione alla possibilità di agire

Nella parte inferiore dei pannelli compare un codice QR accompagnato dall’invito a sostenere direttamente chi salva vite. Questo elemento modifica la funzione stessa dell’esposizione.

Lo spettatore non è chiamato soltanto a provare commozione. Può trasformare la propria attenzione in un gesto concreto di sostegno. La fotografia non termina nell’atto del vedere, ma apre una possibile continuità tra esperienza estetica, consapevolezza e azione.

In questo modo, Guardiane della Vita 4.5.0. cerca di sottrarsi a uno dei rischi più evidenti della rappresentazione della guerra: trasformare il dolore in un’immagine intensa ma priva di conseguenze. La costruzione curatoriale di Faccin lega invece ogni fotografia a una testimonianza, ogni testimonianza a una vita concreta e ogni incontro con il pubblico alla possibilità di assumere una responsabilità.

Il progetto è stato presentato in diverse città italiane, sviluppandosi attraverso mostre, incontri pubblici, conferenze, testimonianze dirette e iniziative di solidarietà. Dopo le tappe di Pisa e Livorno nel 2025, nel marzo 2026 è stato ospitato dal Collegio di Milano, dove il confronto ha coinvolto figure provenienti dall’ambito dei diritti umani, della letteratura e dell’esperienza medica sul fronte.

Nel maggio 2026 il progetto è stato inoltre presentato a Roma nell’ambito dell’International Diplomatic Film Festival, in occasione della proiezione del film Malevich. Ogni tappa ne ha ampliato la funzione: da mostra fotografica a spazio di testimonianza, da iniziativa culturale a strumento di dialogo europeo.

Lo sguardo che non permette di voltarsi

Nel 2026 Guardiane della Vita 4.5.0. è stato presentato alla III edizione di MEDUSA, LA GORGONE Art Prize, ricevendo una Menzione d’Onore per la qualità artistica, la sensibilità espressiva e la coerenza del progetto.

Il rapporto con il tema curatoriale Il Ritorno dello Sguardo non dipende da una rappresentazione letterale del mito di Medusa. Risiede piuttosto nella capacità delle immagini di interrompere la distanza rassicurante dello spettatore.

Nella tradizione mitologica, lo sguardo di Medusa è uno sguardo dal quale non si può uscire indenni. Nel progetto di Faccin, questa forza viene trasferita al presente. I volti delle protagoniste non consentono di considerare la guerra come una realtà astratta o completamente estranea. Guardarli significa riconoscere che dietro ogni uniforme esiste una biografia e che dietro ogni operazione di soccorso esiste una persona che ha scelto di esporsi per salvare qualcun altro.

Il “ritorno” dello sguardo avviene anche attraverso le parole. Le donne non vengono semplicemente osservate: rispondono, spiegano, nominano ciò che per loro conta. Da oggetti potenziali della rappresentazione diventano soggetti attivi del racconto.

Questa trasformazione costituisce il nucleo più profondo dell’opera di Yuliya Faccin. La sua curatela non utilizza la guerra come sfondo emotivo, ma costruisce uno spazio nel quale arte, memoria e azione concreta devono rispondere l’una dell’altra.

Guardiane della Vita 4.5.0. non chiede allo spettatore di ammirare il coraggio da una posizione sicura. Gli chiede che cosa intenda fare dopo averlo riconosciuto.

Le tre cifre del titolo condensano la speranza più semplice e, nelle condizioni della guerra, più radicale: che un intervento si concluda e che qualcuno possa ancora pronunciare le parole “Tutto bene. Tutti vivi.”

Nella ricerca di Yuliya Faccin, l’arte comincia precisamente da questa responsabilità: custodire ogni storia affinché nessuna vita scompaia due volte, prima nella violenza e poi nell’oblio.

Yuliya Faccin
Harpy, dal progetto Guardians of Life 4.5.0.
Ideazione e curatela di Yuliya Faccin
Fotografia di Veronika Mushtay
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