PENSARE PER IMMAGINI

Perché disegnare a grafite e lasciarsi alle spalle tutto il resto?

L’assenza di artificio mi dona chiarezza mentale, quasi fosse una forma di meditazione. Scioglie il groviglio di idee nella mia mente e restituisce loro un ordine. È come sedersi davanti a un tavolo da lavoro perfettamente organizzato.

Ho conseguito una laurea in Belle Arti presso l’Università Complutense di Madrid. Ho poi proseguito i miei studi alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste di Stoccarda, in Germania, dove ho trascorso un anno accademico sotto la guida dell’artista Birgit Brenner. In seguito, ho avuto il privilegio di frequentare un workshop di pittura con Antonio López a Madrid.

Nel corso degli anni ho lavorato in diverse discipline, tra cui pittura, fotografia, video-installazione e scrittura, partecipando a mostre personali e collettive in Spagna, Germania, Grenada, nei Caraibi, in Svizzera e in Italia. Con il tempo, tuttavia, il disegno è diventato il linguaggio attraverso il quale ho trovato il modo più significativo di sviluppare la mia ricerca artistica.

Sono attratta dalla grafite per la sua semplicità. È un mezzo umile e, proprio per questo, straordinariamente libero. La creazione artistica non richiede molto altro. Il disegno mi costringe a rallentare, a pensare e a eliminare tutto ciò che non è essenziale. Raramente inserisco un elemento, a meno che non apporti qualcosa di significativo all’opera.

Mi affascina il modo in cui un’immagine emerge gradualmente dalla superficie bianca della carta. Una linea tracciata sul vuoto—talvolta intensa, talvolta appena accennata—trova infine compimento nella mente di chi guarda. Ho sempre trovato straordinario che un disegno possa essere costruito tanto attraverso l’assenza quanto attraverso la presenza.

L’iperrealismo non è mai stato il mio obiettivo. Non credo che l’abilità tecnica, da sola, possa giustificare un’opera d’arte. La tecnica conta soltanto quando è al servizio del significato. In un’epoca in cui la perfezione può essere generata dalle macchine, attribuisco un valore sempre maggiore all’imperfezione e alle tracce dell’esperienza umana. Il disegno conserva i segni del pensiero, del tempo e della mano che lo ha creato. Gran parte della sua forza risiede proprio in questa vulnerabilità.

Il ritratto ricorre frequentemente nel mio lavoro perché mi interessa cogliere la personalità, l’identità e la contraddizione—forse persino l’anima. Nella mia serie The Dark Gallery ho ritratto assassini e criminali che potrebbero facilmente passare inosservati nella vita quotidiana. All’inizio ero certamente attratta dalla sfida tecnica di rendere determinate caratteristiche della pelle o particolari espressioni del volto. Non nego il piacere di perdermi nei dettagli. Alla fine, però, ho compreso che non era questo ciò che mi spingeva davvero a disegnare.

La vera domanda era un’altra: è possibile rappresentare il male? Esiste una traccia visibile di ciò che conduce un essere umano a compiere un atto terribile?

La verità è che, a volte, penso per immagini.

È come se bevessi da una fonte antica o scrutassi le profondità del nostro inconscio collettivo, prendendo in prestito archetipi che tutti riconosciamo per parlare di potere, trasformazione, colpa, identità, violenza o vulnerabilità. Miti, iconografia religiosa, personaggi letterari: immagini che appartengono al nostro patrimonio culturale condiviso e continuano a risuonare perché hanno ancora qualcosa da raccontarci.

Credo che le immagini parlino una lingua diversa da quella delle parole. Così come una linea incompiuta viene completata dall’occhio di chi guarda, un simbolo trova compimento attraverso l’esperienza personale dello spettatore. Potremmo non comprendere razionalmente perché un’immagine ci commuova, ci turbi o ci inquieti, eppure qualcosa accade prima che abbia inizio qualsiasi spiegazione. Le immagini entrano direttamente in contatto con una parte di noi che non ha ancora trovato le parole.

La mia opera Medusa è nata da questa concezione del simbolismo. Per secoli Medusa è stata rappresentata come un mostro; oggi può essere letta anche come vittima della violenza e dell’abuso di potere. Ho scelto di raffigurarla attraverso il linguaggio visivo del martirio cristiano, inserendo l’aureola dorata e il ramo di palma—simboli tradizionalmente riservati a coloro che hanno sofferto ingiustamente. Collocando questa iconografia all’interno di una figura mitologica, Medusa smette di parlare soltanto di sé e diventa invece una riflessione sulla colpa, sull’innocenza e sui modi in cui le società costruiscono l’idea di punizione.

Non mi interessa l’illustrazione fine a se stessa. Mi interessa utilizzare simboli familiari per porre interrogativi contemporanei.

Questo approccio orienta anche opere come Iphigenia in Aulis, in cui il mito torna a farsi veicolo per esplorare la trasformazione umana. In quest’opera ho cercato di rappresentare il momento in cui il dolore cessa di essere un grido e diventa qualcosa di silenzioso, profondo e duraturo. Volevo creare un’immagine inquietante, non per ciò che mostra esplicitamente, ma per ciò che suggerisce.

La scrittura fa parte della stessa ricerca creativa. Nel 2024 ho pubblicato il romanzo Midnight in the Garden of the Suicides, che assume le sembianze di una narrazione fantasy gotica, mentre in realtà esplora la trasformazione personale. Per me, la scrittura e il disegno nascono dalla stessa necessità: trasformare le idee in immagini, siano esse composte di grafite o di parole.

In verità, non so davvero in quale altro modo spiegare il mio lavoro.

Sono semplicemente una persona che, a volte, pensa per immagini.

MEDUSA
Ifigenia en Aulide
La galería oscura Fish
La galeria oscura Yiya
Aleteo
Torna in alto