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Artista e scrittrice originaria del Santa Clara Pueblo in New Mexico, Rose B. Simpson ha trasformato la propria pratica in un dispositivo educativo che travalica i confini accademici: nell’orizzonte di Simpson, argilla, acciaio e automobili non sono semplici materiali, ma maestri che insegnano gesti, responsabilità e relazioni. È questo il nucleo emerso nel confronto pubblicato da frieze con la poetessa Natalie Diaz, in cui l’artista articola un’idea di apprendimento radicato nella terra, nelle genealogie femminili e nella comunità, più che nelle aule e nei curricula.

Formata tra l’Institute of American Indian Arts (IAIA) e la Rhode Island School of Design, Simpson insiste che la conoscenza non si esaurisce nel titolo di studio: si costruisce lavorando con il corpo, ascoltando il paesaggio e negoziando con i materiali. Il suo posizionamento – Tewa di Khaʼpʼoe Ówîngeh (Santa Clara Pueblo) – non è un’etichetta identitaria, ma un metodo: fare e pensare con le cose, con chi ci ha preceduto e con chi verrà dopo. Il risultato è una pratica che riflette su maternità, lignaggio e sopravvivenza, rifiutando ruoli stereotipati e gerarchie dell’arte occidentale.

Rose B. Simpson, Full Turn (detail), 2020, ceramic, twine, metal, concrete and leather, 189 × 34 × 36 cm. Courtesy: the artist and Jessica Silverman, San Francisco

Nel dialogo con Diaz, Simpson descrive un’educazione “fuori dalle istituzioni”: imparare a saldare un telaio o a cuocere l’argilla diventa una lezione di etica, di autonomia e di ascolto. La meccanica automobilistica – spesso considerata un sapere tecnico marginale – è per lei un linguaggio di parentela (kinship) e di cura: riparare, modificare, personalizzare significa comprendere sistemi, assumere il peso delle scelte e rendersi responsabili di chi viaggia con te. In questa grammatica, l’oggetto non è feticcio ma alleato; la scultura non rappresenta, ma relaziona.

Il fango (clay) è l’altro grande maestro: materiale ancestrale e al contempo futuribile, che porta con sé memoria, errori, impronte, riparazioni. Lavorare l’argilla costringe a un tempo non accelerabile, a una negoziazione continua tra forma, umidità e calore: è una pedagogia del limite e della pazienza. Simpson lega a questo materiale una linea matrilineare di trasmissione, nella quale il sapere è collettivo, situato, condiviso – e dove l’autorialità si dilata fino a includere madre, figlia, comunità.

Rose B. Simpson, Bosque, 2025, custom rebuilt 1964 Buick Riviera. Courtesy: the artist; photograph: Kate Russell

La sua posizione non è anti-istituzionale per principio; è pre- e post-istituzionale: riconosce che le scuole possono offrire strumenti, ma che le forme vitali dell’apprendere avvengono nelle officine, nei cortili, nei territori attraversati dai corpi e dai veicoli. L’artista propone così una sovranità dei saperi fondata su relazione e responsabilità: chi impara, risponde; chi insegna, si rende leggibile; chi crea, tiene insieme politica, tecnica e sensibilità.

Questa visione trova riscontro anche nell’attualità espositiva: nel 2025 frieze segnala Simpson in copertina e in conversazione con Diaz in occasione del nuovo ciclo di mostre, tra cui l’apertura al de Young Museum di San Francisco, a sottolineare come il suo lavoro abiti allo stesso tempo pratiche di studio, spazi museali e infrastrutture urbane. L’istituzione non è più “tempio” ma piattaforma: una tra le molte in cui conoscenza e comunità si costruiscono.

In sintesi, la lezione di Simpson è una pedagogia della materia: imparare facendo, riparando, forgiando; trattare i mezzi come maestri e la scultura come alleanza; riconoscere nella terra e nella meccanica una grammatica per il presente. È un invito – rivolto anche alle istituzioni – a ripensare curricula, criteri e ruoli, perché l’arte torni a essere un luogo dove si impara a prendersi cura.

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